1 maurizio zacchigna Maurizio Zacchigna, ZAC per gli amici, è uno degli attori più intelligentemente vulcanici e poliedrici del panorama attorale triestino e regionale. Figura “storica” delle nostre scene, Uomo di mille battaglie che non si arresta davanti alle difficoltà. Aperto all’innovazione, ai giovani, paladino del “fare” piuttosto che del “dire”. Preparato, colto, geniale   nell’inventare la sopravvivenza considerate le gravi difficoltà in cui anche il suo settore si dibatte. Da qualche mese, assieme ad un gruppo di attori della Contrada, ha fondato “La Casa del lavoratore teatrale” il cui primo spettacolo, “L’onda dell’incrociatore”, tratto dall’omonimo romanzo di Pier Antonio Quarantotti Gambini , andrà in scena in prima assoluta dal 28 luglio al 2 agosto p.v. sul Molo Istria (Molo Canottieri e Vela), Trieste. La sua creatività non si ferma qui…
Dal 24 giugno partirà il Laboratorio intensivo teatrale dedicato a “Novecento” di A. Baricco, condotto dallo stesso Zacchigna e da Elke Burul; aperto ai professionisti ma anche a tutti coloro che amino semplicemente approfondire la materia. Altra iniziativa di curioso fascino popolare è il “Kultur Catering” che vedrà ZAC esibirsi in un recital assieme a Massimiliano Borghesi: “Zacchigna di mare”. Un modo nuovo di rendere fruibile il Teatro ai cittadini, nei giardini e nelle piazze ma anche in qualsiasi circostanza un privato voglia “stupire” ed allietare i propri ospiti in casa. Zacchigna ama profondamente il suo lavoro, la sua sensibilità e la sua umanità lo portano ad un continuo confronto, ad aprirsi alla platea più vasta ed eterogenea, a far sì che il Teatro sia di tutti e per tutti. 

Da qualche mese la città ha una nuova realtà teatrale di cui tu sei presidente: “La Casa del lavoratore teatrale” Vorrei me ne parlassi…

E’ un associazione cui abbiamo deciso di dare questo nome proprio per stigmatizzare l’aspetto lavorativo professionale del nostro gruppo e ciò perché abbiamo la percezione molto preoccupante che il mestiere dell’attore, dell’uomo di teatro, sia minacciato di sopravvivenza.

Minacciato per i tagli ai finanziamenti, per i politici che non se ne occupano?

Minacciato per la risultante di una serie di cause. Sicuramente i tagli pubblici pesano moltissimo; la politica, soprattutto in questi ultimi anni, non si è mai occupata del settore. Occuparsi del settore non significa elargire delle sovvenzioni nelle leggi finanziarie, significa accordarsi, fare una legge specifica. In Regione ci sarebbe già pronta la legge Blasina ma non è mai stata resa operativa. Un altro aspetto grave e pesante, di cui si parla poco, è l’organizzazione in sè del teatro, del meccanismo che lo regola.

A livello nazionale o locale?

Certamente a livello nazionale ma anche a livello locale non si sfugge da questo “mostro” che si è creato negli anni. Il teatro funziona con meccanismi obsoleti, sia economici che sociali e legislativi. Non è riuscito a rinnovarsi guardando alla realtà delle cose; oggi i teatri hanno la necessità di sopravvivere e per farlo si chiudono intorno alle poche cose che danno loro garanzia. Ovvero il pubblico che ancora c’è, ma viene escluso il rapporto con l’innovazione, la ricerca, con il territorio. Il pubblico ha fame di un teatro che sappia parlare diversamente dal solito spettacolo “leggerino”…

Questo spiega il fiorire di nuove associazioni…

Certo, la nascita stessa della nostra associazione, che non è stata fatta in polemica o contro una struttura teatrale dentro la quale tutti noi lavoravamo, corrisponde a quella di darci una casa che ci permetta una visibilità e che non disperda le professionalità. Essere un nucleo di professionisti dà un maggiore speso specifico e le istituzioni stesse possono guardare a noi come ad un referente più importante. Ci siamo inseriti in una rete di solidarietà con la città, abbiamo rapporti con la Casa delle Culture, con lo Sloveno, e con altre Istituzioni.

Chi sono i membri dell’associazione?

A parte Nikla Petruska Panizon, che viene dallo Sloveno, siamo tutta l’ex compagnia stabile della Contrada: io, Maria Grazia Plos, Adriano Giraldi, Elke Burul, Marzia Postogna, Roberta Colacino, Lorenzo Zuffi, Massimiliano Borghesi, Paola Saitta ed Andrea Busico.

Alcuni sono molto giovani, è un valore aggiunto…

Ci sono quattro giovani, oltre a cinque senior, già allievi dell’accademia della Contrada. Sfortunatamente da dicembre è stata chiusa dal teatro, dopo dieci anni di attività, perchè non vi sono più i finanziamenti per portarla avanti. Purtroppo tutto viene smantellato… Per noi rappresenta un dramma poichè, oltre al fatto in sè, è venuto a mancare anche il nostro ruolo di insegnanti - molti di noi lo erano – che era fonte di reddito. Il prossimo anno i corsi non si terranno più. Perciò dico che ci sentiamo minacciati; sul territorio non ci sono produzioni nè lavoro. Una produzione locale ha poche repliche e non gira.

Voi siete dei liberi professionisti…

Sì, con tanto di partita IVA, ma siamo dei professionisti che non hanno nessuna tutela sociale, in relazione alla malattia, alla disoccupazione, ecc. Siamo dei precari da prima che giunga la crisi.

Tutta la tua esperienza, il cinema, la televisione… non hanno più peso?

La situazione è cambiata, dovrei essere presente a Roma in modo costante, anche per fare i provini. Il viaggio è costoso, ho un figlio, ho fatto delle scelte. Ora, forse, dovrebbero venir accettati anche gli “auto provini”, ma soltanto per le fiction, fatti con l’ipad e mandati via web.

Il successo che hai avuto e per il quale sei molto noto in questo momento, dunque, non ti serve a nulla?

Mi serve come credenziale per presentare i progetti o per tenere i laboratori, o quando faccio uno spettacolo mio che propongo sui Social.

Ciò spiega la decisione di dare una nuova vita alla tua ed alla vostra professionalità…

Abbiamo deciso di riunirci in associazione proprio per mettere sul piatto della città e della regione una struttura di professionisti che sono in grado di elaborare un progetto dalla sua origine alla conclusione finale. Un pacchetto completo, regia e scenografia comprese. Una scenografia si può realizzare anche con pochi elementi, riducendo i costi di molto.

Prevedete di creare lavoro, di affidare degli incarichi esterni?

Senz’altro sì, ed anche di collaborare con altre realtà associative. Bisognerà saper creare tra “simili” una rete sempre più fitta e solidale in grado di conquistare nuovi spazi e di riposizionarsi nel panorama teatrale con maggiore forza. Abbiamo in mente un teatro d’arte dove la figura dell’attore, il peso specifico della scelta poetica e dell’interpretazione del testo sono estremamente importanti.

Avete deciso di dare voce agli scrittori triestini sia del passato che del presente, solo ad anime della nostra espressione artistica?

L’attuale proposta, di alto valore culturale, segna l’inizio di un progetto pluriennale che intende dare voce agli autori di Trieste, e non solo, ricollocandoli negli ambienti che li hanno ispirati ed in cui hanno vissuto. Un modo per veicolare il patrimonio di conoscenza della città sia ai cittadini che alla crescente presenza turistica. Abbiamo una nostra filosofia: individuare l’operazione artistica che ci interessa, svilupparla e portarla a termine.

Parliamo de ”L’onda dell’incrociatore”. Perché avete scelto Quarantotti Gambini?

Per affezione. Una scelta mia ma condivisa da tutti. La prima riduzione l’ha fatta Maria Grazia Plos, ora ci stiamo lavorando assieme.

Nel 1960 C. Autant-Lara diresse “Les Régates de San Francisco”, un lungometraggio che si ispirava liberamente proprio alla novella “L’onda dell’incrociatore”. Quali criteri avete adottato voi per l’adattamento teatrale? Sarà un atto unico?

Abbiamo creato una figura narrante, estrapolato dal testo narrativo tutto ciò che già c’era di dialogato, trasformato la narrazione in terza persona in scene in prima persona mantenendo comunque una parte di racconto. Vi sarà una dinamica sovrapposizione di tempi ma assolutamente percepibile dal pubblico. Un atto unico di circa 90 minuti.

Come location siete riusciti a trovare proprio il luogo dove di svolge la vicenda…

Dopo alcune peripezie, dovute a problemi di sicurezza, abbiamo trovato ospitalità sul Molo Istria (Molo Canottieri e Vela).

Leggendo il vostro progetto sono rimasta colpita da una frase: “Trieste diviene una città di scrittori, grandi, mediocri o falliti, a causa della sua eterogeneità”. Spiegami meglio…

Trieste è una città letteraria e questa sua letterarietà ce l’ha nel sangue, fa parte del suo DNA. La concentrazione di coloro che scrivono è notevolissima in rapporto al numero degli abitanti. Fa anche parte della sua identità storica per la quale è conosciuta. Se questo filone venisse potenziato Trieste potrebbe diventare un parco letterario, culturale e scientifico, attirare turismo e portare sviluppo. Ci vorrebbe sinergia fra tutte le pulsioni esistenti. Ad esempio coloro che individuano una necessità di tipo culturale/artistico dovrebbero realizzarla indipendentemente dal fatto che questa sia frutto di una commissione ufficiale da parte di un’istituzione. Realizzarla in tutte le sue componenti ed offrire poi il pacchetto finito all’istituzione o alle istituzioni che possono concretizzarla.

Ciò comporterebbe delle spese?

No, la progettazione in sè non comporta spese per l’associazione ma è un trampolino indispensabile per poter progredire. Noi siamo un gruppo di persone che possono permettersi tale tipo di lavoro al contrario, per esempio, dei teatri che hanno tutt’ altro tipo di agibilità. Noi abbiamo creato una rete di relazioni, sia usando tutti gli strumenti più efficaci di veicolazione, sia a livello personale. Nel caso de “L’onda dell’incrociatore”, il Comune ci ha dato un supporto.

Nei tuoi programmi futuri, fra le varie cose, c’è la ripresa del tuo monologo “L’eredità dell’ostetrica”…

Si, a gennaio lo porterò a Roma, al Cinema Palazzo. Il mese prossimo sarò al Mittelfest di Cividale e, per l’associazione, abbiamo già in cantiere “14-18, una città in guerra”: tre testi che affrontano il tema da tre punti di vista diversi: quello italiano, quello sloveno e quello austriaco. Lo porteremo in scena dal prossimo anno, considerando il centenario della guerra e la valenza che essa ha avuto per Trieste. C’è anche un’altra idea di progetto, in collaborazione con il Polo Museale di Porto Vecchio, una messa in scena di 20000 leghe sotto i mari.

Quanta popolarità pensi possa avere nei confronti del pubblico una tipologia di spettacolo del genere, intendo la guerra, da parte dei giovani, un recupero dei fatti storici?

Un recupero di una dimensione dimenticata, nascosta, quasi celata, a volte.

Sebbene tu sia spesso in giro con partecipazioni e spettacoli hai un po’ rinunciato alla vita lavorativa romana…

E’ stata una scelta, ho un figlio e voglio fare anche il padre.

Una decisione giusta e bellissima che mi fa ricordare un pensiero di Shakespeare: “ Saggio è quel padre che conosce il proprio figlio”.

MARIA LUISA RUNTI
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intervista, Maurizio Zacchigna, Maria Luisa Runti