Ott
24
Marta Cuscunà apre Teatro Contatto (UD) con la prima assoluta de Il canto della caduta. 25/10

1-cuscuna

25 - 26 ottobre
prima italiana

Debutta in prima assoluta a Udine e inaugura la Stagione Teatro Contatto, giovedì 25 e venerdì 26 ottobre ore 21 al Teatro Palamostre, Il canto della caduta, il nuovo progetto artistico dell’attrice e autrice Marta Cuscunà.
Giovedì 25 ottobre al termine dello spettacolo Marta Cuscunà e la compagnia incontrano il pubblico.
Il canto della caduta pone punti interrogativi e innesca riflessioni proprie del nostro tempo: la guerra è parte incancellabile del destino dell’umanità? È realisticamente possibile il passaggio da un sistema di guerre incessanti e di ingiustizia sociale a un sistema mutuale e pacifico? Il canto della caduta scorge una risposta possibile fra le pieghe di un’antica storia ladina, il mito dei Fanes, un regno pacifico di donne, distrutto dall’inizio di un’epoca del dominio e della spada.
Uno stormo di corvi animatronici e una piccola comunità di bambini-pupazzo superstiti, ispirati alla street art di Herakut, sono i nuovi compagni di scena della straordinaria Marta Cuscunà, in un nuovo viaggio di resistenza.

Il regno di Fanes
Il mito di Fanes è una tradizione popolare dei Ladini,
una piccola minoranza etnica (35.000 persone) che vive nelle valli centrali delle Dolomiti. È un ciclo epico che racconta la fine del regno pacifico delle donne e l’inizio di una nuova epoca del dominio e della spada. È il canto nero della caduta nell’orrore della guerra. Il mito racconta che i pochi superstiti sono ancora nascosti nelle viscere della montagna, in attesa che ritorni il “tempo promesso”. Il tempo d’oro della pace in cui il popolo di Fanes potrà finalmente tornare alla vita.

Guardare indietro per andare avanti
Nel saggio di antropologia Il calice e la spada, Riane Eisler indaga le strutture sociali che l’umanità si è data nel corso dei secoli e davanti a una continua epopea di guerre e ingiustizie,
apre la riflessione a domande più che mai necessarie: la guerra è parte incancellabile del destino dell’umanità? Cosa ci spinge perennemente alla guerra invece che alla pace? Perché ci cacciamo e perseguitiamo l’uno con l’altro? Il dominio dell’uomo sulla donna è inevitabile? È realisticamente possibile il passaggio da un sistema di guerre incessanti e di ingiustizia sociale a un sistema mutuale e pacifico?
Secondo Riane Eisler, le risposte per un futuro migliore potrebbero affondare le radici in quel punto nella preistoria della civiltà europea di cui parla l’archeomitologa lituana Marija Gimbutas, in cui la nostra evoluzione culturale sarebbe stata letteralmente sconvolta.

2-cuscuna Archeomitologia
L’approccio dell’archeomitologia è multidisciplinare e unisce l’archeologia descrittiva alla mitologia comparata, al folclore, all’etnologia storica e alla linguistica.
Marija Gimbutas, nel saggio Il linguaggio della Dea,
ricostruisce un mondo perduto che corrisponde all’Europa neolitica in cui la presenza del femminile sarebbe stata centrale nella visione del sacro e della struttura sociale. Un’Europa antica molto diversa da quella che ha prevalso successivamente, in cui le società erano prevalentemente egualitarie e pacifiche; il rapporto fra i sessi era equilibrato e paritario; le donne potevano svolgere funzioni sociali importanti di capo-clan e sacerdotesse perché perfino Dio era femmina.
Secondo Marija Gimbutas, i nostri antenati
avrebbero coltivato una forma di pensiero molto diversa rispetto a quella patriarcale caratterizzata dal predominio del sesso maschile su quello femminile e dalla sopraffazione dei popoli più deboli.
A sostegno delle sue tesi, l’archeomitologa lituana porta le tracce e i simboli che ancora si possono trovare nelle leggende, nei miti, nel folklore, nella spiritualità delle ere successive che conserverebbero la memoria di questa cultura neolitica.
Il canto della caduta, attraverso l’antico mito di Fanes, vuole portare alla luce il racconto perduto di come eravamo, di quell’alternativa sociale auspicabile per il futuro dell’umanità che viene presentata sempre come un’utopia irrealizzabile. E che invece, forse, è già esistita.

Animatronica
Il canto della caduta prevede la presenza in scena di personaggi meccanici progettati e realizzati dalla scenografa Paola Villani, che si inseriscono nella tradizione del teatro di figura
ma ne scardinano l’immaginario in quanto la loro movimentazione si basa su tecnologie applicate in animatronica e sull’utilizzo di componentistica industriale per realizzarle.
Il dispositivo costruito per Il canto della caduta, prevede un movimento che parte dalle mani di un’unica attrice ma che attraverso dei joystick meccanici produce la movimentazione di un sistema complesso di leve a cavo.

I bambini
Il mito di Fanes si conclude con l’immagine dei pochi superstiti, nascosti nelle viscere della montagna, in attesa del tempo promesso della pace.
Il mito racconta che i sopravvissuti a cui è affidata la rinascita dell’intero popolo perduto, sono bambini.
La loro infanzia rimane sospesa, incastrata nel tempo. Devono nascondersi, altrimenti potrebbero essere uccisi: la guerra non risparmia nessuno. Nemmeno i più piccoli.
Ho cercato di immaginarli e li ho visti nascosti sotto teste di topo, come i bambini disegnati da Herakut, duo tedesco di streetartists che ha lavorato in diversi campi profughi e zone devastate dalle guerre.

I corvi
La scena iniziale è la scena della fine: un campo di battaglia.
Quello che resta degli eserciti, diventa il banchetto dei corvi,
ormai svogliati per la troppa abbondanza. I corvi si parlano, prendono le parti del coro, descrivono la battaglia, il frantumarsi di ondate di uomini che seminano corpi a pezzi. Indugiano sulla meraviglia che accompagna la carneficina, il lato ostinato del darsi morte fino al culmine dello sterminio.
La guerra non si vede mai sulla scena. Eppure c’è, restituita al pubblico dal punto di vista degli unici personaggi che ne traggono sempre vantaggio. I corvi.
Marta Cuscunà

CSS Teatro stabile di innovazione del FVG
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33100 Udine, Italy
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